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Forse sono felice così

Benny aveva un sogno. Era il manager di una piccola agenzia cinematografica, cresciuta molto dopo l’exploit di un suo cliente, Shen, che aveva ottenuto un grosso contratto per un intero franchise tratto da una serie tv, Professor Whom. Gli affari andavano bene, eppure il sogno di Benny era un altro: mettere da parte abbastanza soldi per cambiare vita, un giorno, e trasferirsi in Colorado ad aprire un ranch di alpaca. Lì, ritrovando il legame con la natura e prendendosi cura di quegli animali che lo incuriosivano tanto, si sarebbe finalmente sentito felice.
Questa, almeno, era la trama dei video della Lezione 72, che avevo seguito nelle settimane precedenti sul sito della scuola di inglese, prima dell’esame. «Marco, qual è il sogno di Benny?» (in inglese, naturalmente). Poi, all’improvviso, arriva una domanda innocua, rivolta a tutta la classe: «E il vostro sogno, invece, qual è?». Una ragazza risponde che vorrebbe vincere un Oscar. Di mestiere fa l’artista: balla, canta, recita. Un Oscar, wow. Ci sta. «E tu, Marco, qual è il tuo sogno?»
Mi sento un po’ come Novecento quando gli chiedono perché non sia mai sceso dalla nave. Lì per lì non so cosa rispondere, e faccio la figura del fesso. «Beh, non lo so, credo di non averci mai pensato. Forse… forse sono felice così.» Fatto sta che quella domanda non riesco più a togliermela dalla testa. Sono giorni che ci penso. Il mio sogno. Qual è il mio sogno? Possibile che non ne abbia uno? Si può vivere senza un sogno?
Che cosa sia un sogno, non saprei dirlo. Forse è qualcosa che desideriamo per noi stessi, una stella fissa verso cui orientiamo le vele. Forse è qualcosa che sappiamo di non poter raggiungere, perché se si avverasse smetterebbe di essere un sogno. O forse è un piccolo pezzo di felicità che un giorno potremo davvero cogliere, sempre che nell’attesa non ci perdiamo per strada. E poi non so nemmeno se sia giusto, avere dei sogni: a volte mi sembra un modo per piangersi addosso, pensando a ciò che non si ha (ancora), salvo poi non accorgersene nemmeno, quando arriva.
Anche Andy Dufresne aveva un sogno. Una volta fuori di prigione, sarebbe andato a Zihuatanejo, in Messico, sul Pacifico, perché il Pacifico non ha memoria, e lui di ricordi da lasciarsi alle spalle ne aveva parecchi. Era stato condannato a due ergastoli, da scontare uno dopo l’altro, per l’omicidio della moglie e del suo amante, un omicidio che non aveva commesso. Due ergastoli basterebbero a spegnere i sogni di chiunque. Lui, invece, il suo non l’ha mai lasciato andare. Per vent’anni ha costruito la sua fuga, e quando finalmente è uscito, il sogno era ancora lì ad aspettarlo: Zihuatanejo.
Ripensandoci, però, non sono sicuro che un sogno debba per forza avere i contorni netti di un ranch in Colorado o di una spiaggia sul Pacifico. Forse non deve nemmeno essere romantico. Benny e Andy sapevano esattamente dove volevano andare, io no, e per qualche giorno l’ho vissuta come una mancanza. Poi mi è venuto il dubbio che il punto stia nel modo in cui immaginiamo la felicità. Quella che ho in mente oggi non è la stessa che avevo a vent’anni, e probabilmente non sarà quella che avrò fra altri venti. Cambia con il tempo, con le persone che incontriamo, con le situazioni che attraversiamo. E allora può capitare che la strada presa per rincorrere un sogno ci porti altrove, in un posto che non avevamo previsto, dove magari scopriamo che quel sogno, una volta raggiunto, non ci avrebbe reso davvero felici. Chissà se Benny, dopo qualche inverno in Colorado tra i suoi alpaca, avrebbe finito per rimpiangere il caos dell’agenzia.
Immaginare una felicità futura è un po’ come darsi appuntamento in un luogo e in un tempo che potrebbero non esistere mai. Si rischia di passare la vita ad aspettare, con lo sguardo sempre un po’ più in là di dove ci si trova. Forse, allora, tanto vale accontentarsi di una quasi-felicità: meno luminosa, meno definita, ma più vicina al momento in cui siamo adesso. Una felicità che non promette niente, ma che almeno è qui.
E forse il sogno, a volte, non lo si sceglie in anticipo. Lo si scopre dopo, guardandosi indietro, quando ci si accorge che tutti quei passi, fatti uno alla volta e spesso senza sapere bene perché, andavano in una direzione che non avremmo saputo prevedere. Forse chi non ha un sogno non è vuoto. Forse è già dentro qualcosa che, tempo fa, ha sognato senza saperlo.
Se oggi qualcuno mi rifacesse quella domanda, in classe, probabilmente risponderei allo stesso modo, con la stessa esitazione. Forse sono felice così. Solo che adesso non mi sembrerebbe più una non-risposta. Non so se sia vero, come non sono sicuro quasi di niente, ma sto cominciando a pensare che vada bene anche così.
Novecento, in fondo, da quella nave non è mai sceso. Forse non perché non avesse un sogno, ma perché il suo, senza che nessuno se ne accorgesse, era già lì, sotto le sue dita, su una tastiera di ottantotto tasti.



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